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Negli anni 60 scavarono sotto una cantina e... Il mausoleo di Lucio Publicio a Colonia

Mausoleo di Lucio Publicio

 

Neanche lo sceneggiatore più fantasioso avrebbe potuto immaginare una storia così. Colonia, metà degli Anni Sessanta. Uno studente di ingegneria, Josef Gens, scende in cantina con un piccone. I genitori vogliono capire se le fondamenta accanto alla loro casa sono abbastanza solide da sostenere un nuovo edificio: quello vecchio è stato bombardato durante la guerra. Ci vorrebbero esperti, scavi, periti, ma i soldi scarseggiano e la famiglia decide di fidarsi del giudizio del figlio ventunenne. Lui comincia a sondare il terreno e trova un primo ostacolo: un pozzo. In un momento di disattenzione, il piccone gli scivola dalle mani e finisce là dentro. Josef si insospettisce: nessuno della famiglia gliene aveva mai parlato. Con il fratello Heinz inizia a scavare, anzitutto per capire se quei tre metri sono davvero il fondo del pozzo. Non è così. Ai Gens si aggiungono poi cinque amici, i tre fratelli Hermann, Günther Goldenberg e Bernhard Straesser, e insieme realizzeranno la straordinaria avventura del ritrovamento di uno dei più importanti reperti archeologici a Nord delle Alpi. Quando cominciano a scavare, trovano subito di tutto: resti di vasi, ossa, pezzi di capitelli, reperti inconfondibili di epoca romana. Capiscono che quel pozzo ha aperto loro un varco verso un universo sepolto da duemila anni. A metà agosto, però, vanno a sbattere contro una pietra molto più grande delle altre, impossibile da muovere. I sette si guardano stupefatti, continuano a scavare per due ore senza dire una parola, sopraffatti dall’emozione. Trovano un busto, le braccia, un flauto di Pan, una statua del dio dei pastori. Non lo sanno ancora, ma hanno trovato i resti del mausoleo di Lucio Publicio, legionario morto nel primo secolo dopo Cristo. Prima di continuare a scavare, i sette amici si rivolgono al Museo romano-germanico della loro città. Il direttore, Otto Doppelfeld si precipita nella cantina con quattro collaboratori e rimane basito: «È incredibile», mormora. Gli scavi proseguono per un po’, con l’entusiasmo di tutti, dilettanti e professionisti, studenti di ingegneria e archeologi di professione. Finché questi ultimi non ordinano: basta. Niente più scavi. Rischiano di compromettere la stabilità degli edifici e mettono in pericolo i ragazzi. Loro si rassegnano, capiscono che probabilmente i professionisti vogliono continuare a esplorare il sito da soli, ma non smettono di appassionarsi alla materia, divorano libri di archeologia, di storia. Passano i mesi, però, senza che nessuno si faccia più vivo. La gente del museo è sparita. Probabilmente non se la sentono di prendersi la responsabilità di portare alla luce un sito nascosto sotto un paio di edifici abitati. Alla fine - racconta Josef Gens in un appassionante libro che ricostruisce tutta la storia, Grabungsfieber (tradotto: «Febbre da scavo», edito ora in Germania da Kiepenheuer & Witsch) - i ragazzi prendono una decisione azzardata. Pensano che rafforzando le fondamenta, puntellando la cantina nei punti giusti, possono continuare a scavare, riducendo i rischi al minimo. Ai genitori raccontano di voler rimettere a posto la cantina per farci le feste. I Gens si sono impegnati per iscritto a fermare i lavori di scavo dei sette: la bugia è inevitabile. Con i soldi risparmiati e, in parte, ereditati dai nonni, si mettono al lavoro. Comprano 35 metri di acciaio, sette metri cubi di cemento armato, 10 mila mattoni e 90 sacchi di cemento. Piano piano, giorno dopo giorno, lavorando di nascosto, i sette riescono a rafforzare la cantina che diventa una sorta di cava attraversata da decine di tunnel e nascosta alla superficie da un armadio che diventa il loro ingresso segreto. Naturalmente, proseguono anche i lavori per la cantina delle feste. I giovani archeologi per passione trovano numerosissimi altri reperti, tra cui la statua di Lucio Publicio, il veterano della Quinta legione nato a Roma e morto a Colonia, sotto l’imperatore Claudio. Due anni dopo, nel 1967, sono pronti per uscire allo scoperto, per illustrare al mondo le loro meraviglie. Organizzano una conferenza stampa e una mostra. Secondo la legge prussiana che regolamenta ancora gli scavi, i ritrovamenti sono di loro proprietà. Della scoperta parlano tutti i giornali, anche il Time. Un americano si fa avanti e offre un milione di marchi, una cifra stellare, soltanto per la statua di Lucio Publicio. Ma loro rifiutano, donano tutto alla città. «Lo facemmo per passione, mai per i soldi» spiega Josef Gens. E volevano anche essere certi che quei resti rimanessero a Colonia. Grazie a loro, si possono ammirare ancora oggi nel Museo romano-germanico della città renana. (fonte: la Stampa)

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