Fuggire dalla città ... 2000 anni fa

Fuggire dalla città ... 2000 anni fa

Le case della Suburra nel grande plastico di Roma antica in scala 1:250. Roma, Museo della Civiltà Romana. Fra i residenti del malfamato quartiere, che si estendeva a ridosso dell’area occupata dai Fori Imperiali, c’era anche il poeta Giovenale, che piú volte affidò alla penna il suo malcontento per una simile ubicazione.

 

 

 

Inquinamento acustico, traffico, sovraffollamento, canoni d’affitto esorbitanti: sembra l’elenco dei mali di una metropoli dei nostri tempi. Ed è invece quel che già succedeva nella Roma degli imperatori

 

La «fuga dalla città» è un fenomeno dei nostri giorni che riguarda le megalopoli e interessa schiere sempre piú numerose di cittadini... pentiti (e, prima ancora, delusi), mossi da motivazioni diverse, dall’impossibilità di sostenere i costi della vita urbana al desiderio di vivere una vita meno caotica e stressante e di far crescere i propri figli in una dimensione piú umana.
Dell’«invivibilità» d’una città come Roma fecero amara esperienza anche i suoi antichi abitanti. Almeno durante l’età imperiale, ossia nei primi due secoli della nostra era, quando la città – prima d’ogni altra e unica, fino all’evo moderno – arrivò a essere una megalopoli. Con gli stessi inconvenienti e i disagi dei nostri giorni: le distanze eccessive e il traffico caotico, l’immigrazione incontrollata e il sovraffollamento, la crisi degli alloggi e la speculazione edilizia, l’ambulantato selvaggio, i rumori, la sporcizia, l’insicurezza notturna. E, inoltre, le inondazioni del Tevere, i crolli e gli incendi che (per fortuna e salvo eccezioni che pure ci sono) mancano all’elenco dei mali odierni.
Giovenale – che alla famigerata Suburra dichiarava di preferire l’isola di Procida, tristemente nota come luogo di confino e d’esilio – se la prendeva con gli immigrati ai quali attribuiva l’origine di tutto (o quasi). La città era finita nelle loro mani, egli scrive (nella Satira III in cui lungamente si sofferma sull’argomento): «È già da un pezzo che l’Oronte di Siria è venuto a riversare le sue acque nel Tevere portando con sé lingua e costumi, flautisti, corde oblique ed esotici tamburi e ragazze costrette a prostituirsi dalle parti del Circo». E – come se avesse davanti agli occhi la zona odierna attorno alla piazza Vittorio Emanuele – aggiunge sconsolato: «Vengono a dare l’assalto all’Esquilino e al colle che prende nome dai vimini, e ai penetrali delle antiche dimore delle quali finiranno per diventare padroni». Per conseguenza, «a Roma non c’è piú posto per i Romani (...) non c’è piú posto per un lavoro onesto». Tanto piú che «i mezzi disponibili oggi sono inferiori a quelli di ieri, e domani saranno ancora meno». L’unico rimedio era quello d’andarsene via: cedamus patria, «abbandoniamo Roma»!

Affitti proibitivi
In effetti, la massiccia immigrazione aveva finito con l’esasperare e moltiplicare tutti gli altri inconvenienti. La sempre crescente richiesta di alloggi, per esempio, oltre a far lievitare smisuratamente i canoni d’affitto (che a Roma erano quattro volte piú cari che nel resto d’Italia), favoriva la speculazione edilizia e le case, tirate su in fretta e con materiali scadenti, erano sempre sotto la minaccia dei crolli e degli incendi. Rischi, questi, che non si correvano nei piccoli centri urbani (come osserva Giovenale): «Nella fresca Praeneste; sulle verdi colline di Bolsena; nella tranquilla Gabii o sull’altura digradante di Tivoli (...) dove non ci sono incendi e la notte si può dormire tranquilli (...) e chi ha paura che gli caschi addosso la casa?». A Roma, invece – continua il poeta – «la città si regge in gran parte su travicelli malfermi (...) e quando l’amministratore ha fatto chiudere la fenditura d’una vecchia crepa, ci ordina di dormire sonni tranquilli, ma la rovina continua a pendere sulle nostre teste».

Che dire poi dello stress provocato dal caos che regnava sovrano nelle strade, del chiasso, dei rumori, della confusione? Già Orazio aveva scritto (Epist. II, 2, 79) che a Roma si viveva «tra gli schiamazzi notturni e diurni» (inter strepitus nocturnos atque diurnos). A sentire Marziale (XII, 57), «a Roma non esiste un posto in cui un poveretto possa meditare e riposare». Una folla variegata e cosmopolita – dove (sempre secondo Marziale, De spect. III, 10) si potevano trovare il contadino della Tracia e il Sarmata «che si nutre di sangue di cavallo», l’Arabo e «chi si disseta alle sorgenti del Nilo», i Sabei, i Cilici «impregnati di zafferano», i Sigambri «con le chiome raccolte in un nodo» e gli Etiopi «con i capelli intrecciati» – invadeva quotidianamente le strade e le «sequestrava» con ogni sorta d’occupazione.
Molti erano gli sfaccendati e i perdigiorno, che se ne andavano – come scrive Seneca (De tranq. an. 12, 2, 4) – «vagando per le case, i fori, i teatri, sempre pronti a occuparsi degli affari degli altri, sempre con l’aria degli indaffarati. Girano per di qua e per di là senza uno scopo al mondo e non fanno quello che hanno deciso di fare ma quello che capita. Alcuni ti fanno pena: li vedi correre come se andassero a spegnere un incendio, tanta è la furia con la quale urtano quelli che incontrano. S’affrettano per andare a salutare uno che non ricambierà il saluto, o per mettersi in coda al funerale d’uno sconosciuto, o per assistere al processo di uno che ha la mania d’attaccar briga oppure alle nozze di una donna che ogni tanto si risposa. Appena incontrano una lettiga le vanno dietro e in certi tratti ne afferrano le stanghe e la portano sulle spalle».

La città trasformata in una bottega
Molti altri, in strada, stazionavano normalmente, per svolgervi le loro attività: dai barbieri ai cambiavalute, fino ai maestri di scuola che, in mancanza di meglio, organizzavano la loro classe, con uno sgabello e qualche panca, magari al riparo d’una tenda o d’una stuoia, in un angolo appena defilato. Bottegai e ambulanti, da parte loro, esponevano dappertutto le loro mercanzie, invadendo i marciapiedi e riducendo le strade a viottoli.
Lo apprendiamo, ancora una volta, da Marziale che in un suo epigramma (VII, 61) elogia un drastico provvedimento di repressione preso da Domiziano: «Il venditore ambulante temerario Roma intera ci portava via; non si vedeva piú alcuna soglia, dall’alto in basso erano tutte ingombre. Tu, Germanico, hai ordinato di sgomberare i vicoli e dove prima si vedeva un sentiero ora possiamo percorrere una strada. Nessun pilastro è adesso circondato da anfore legate attorno a esso, né il pretore è costretto a camminare nel fango, né il rasoio viene piú impugnato in mezzo a una turba che s’accalca o nere bettole ingombrano le vie. Barbieri, osti, beccai e cuochi stanno ciascuno nei propri limiti. Ora è Roma, prima era tutta una bottega!».
Per la strada poi, si poteva andare incontro ad autentici pericoli, come osserva Giovenale: «Ecco un lungo abete che viene traballando su un carro, e, su un altro carro, un pino; ondeggiano alti e incombono sulla gente. Se poi si rompe l’asse di uno di quelli che trasportano i blocchi di marmo delle Apuane e il carro, rovesciandosi, fa piovere sulla folla quella montagna, che cosa rimarrà dei corpi? Chi ne ritroverà le membra e le ossa?».
Tutto questo, di giorno, quando il traffico veicolare era limitato ai servizi pubblici e quello privato, in forza d’una legge emanata nel 45 a.C. da Cesare e rimasta sempre in vigore, era sospeso dall’alba al tramonto. Allorché esso riprendeva, però, con le decine e decine di carri che si rimettevano tutti insieme in movimento, prendendo ad andare su e giú per i vicoli stretti e tortuosi, il frastuono era infernale e durava tutta la notte: con lo scalpitio degli zoccoli degli animali, lo stridio dei cerchioni di ferro delle ruote, le grida, le imprecazioni, le liti dei carrettieri. «Quale casa d’affit-
to consente il sonno a Roma? – si chiede pertanto Giovenale –. Si dorme solo se si dispone di grandi mezzi». E Marziale, di rincalzo (XII, 57, 20): «Nelle case dei ricchi, che hanno la campagna nel cuore della città, là, negli intimi recessi dei palazzi, è il sonno; nessuna voce ne turba i silenzi. A me, pure le risate di quelli che passano per la strada rompono il sonno ed è come se tutta Roma fosse al mio capezzale».

I pericoli della notte
Ma, anche di notte, non mancavano i pericoli seri per chi s’azzardava a uscire di casa (o a rincasare tardi). «Considera (...) quante volte vengono giú dalle finestre vasi crepati o rotti – lamenta Giovenale – e con che peso essi lasciano il segno sul selciato. Potresti passare per un negligente o per uno che non si preoccupa degli imprevisti, se vai fuori di casa a cena senza aver fatto testamento: tanti saranno i pericoli di morte, in una notte, quante le finestre aperte sopra di te che passi. E devi sperare che da esse s’accontentino di rovesciarti addosso solo il contenuto dei loro catini» (che era poi quello derivante dalla generale mancanza, nelle abitazioni, dei piú elementari servizi igienici!).
Sempre di notte, c’erano anche i cattivi incontri, con gli ubriachi, con «quelli che si danno pena se per caso non hanno ancora bastonato nessuno» (dice Giovenale), coi ladri e i rapinatori, ossia con «chi ti spoglia completamente» e magari «se la sbriga col coltello».
A conti fatti, ce n’era abbastanza per darsi alla fuga. Come fece lo stesso Marziale che, alla fine, deluso e squattrinato, se ne tornò in Spagna, nella natia Bilbilis. Da lí, scrivendo a Giovenale (XII, 18) che immagina mentre «inquieto s’aggira per la Suburra piena di chiasso» (in clamosa Subura), l’assicura che vive tranquillo, alla giornata, nella piú assoluta libertà: ignota est toga, «non c’è bisogno di mettersi in... giacca e cravatta», diremmo noi. E che, finalmente, può godere di sonni lunghi e profondi: «Cosí mi rifaccio dell’insonnia patita a Roma, per trent’anni!».

 

(fonte: http://www.archeo.it/rivista/2007/Aprile/fuggire-dalla-citta)

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